Grazie al sequenziamento genico, negli ultimi anni è stato possibile identificare nel DNA dei tumori sempre più mutazioni associate a caratteristiche clinicamente rilevanti; tuttavia, nella pratica quotidiana queste informazioni non vengono sempre tradotte in una scelta terapeutica concreta. Lo studio clinico nazionale ROME, al quale ha partecipato l’AOM - IRCCS Ospedale Policlinico San Martino, mostra che l’integrazione tra profilazione genomica e valutazione di un team multidisciplinare può portare alla scelta di terapie mirate che, rispetto alle cure standard, aumentano la percentuale di risposte al trattamento e rallentano la progressione della malattia in persone con carcinoma solido metastatico. I risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista "Nature Medicine".

L’oncologia di precisione punta a trovare la terapia più idonea per il singolo paziente. Grazie a questo approccio, già entrato nella pratica clinica, trattamenti ad ampio spettro come la chemioterapia e la radioterapia oggi possono essere affiancati o sostituiti da farmaci mirati. Ciò è reso possibile dai “biomarcatori”, molecole che rivelano caratteristiche clinicamente rilevanti e permettono così di completare la diagnosi del tumore, prevederne il decorso, indirizzarne la terapia.
La proteina HER 2, ad esempio, caratterizza una forma di tumore al seno tipicamente aggressivo, mentre la presenza di mutazioni ai geni BRCA è un’informazione preziosa nel counselling genetico familiare, perché suggerisce una maggiore probabilità di sviluppare un tumore al seno e alle ovaie. Entrambe hanno un ruolo cruciale nella scelta del trattamento, poiché sono disponibili farmaci a bersaglio molecolare mirato.
Negli ultimi anni, grazie alla possibilità di leggere la sequenza del DNA tumorale a costi sempre minori, la ricerca ha scoperto un numero crescente di biomarcatori genetici e alcuni di questi sono diffusi in tumori che originano da organi diversi. Conoscere il DNA di un tumore non basta. La vera sfida è capire quali tra le numerose alterazioni individuate siano davvero rilevanti per la scelta della terapia in persone con tumori avanzati.
“Nell’ambito dello studio ROME, che ha visto la partecipazione di 40 centri oncologici italiani, abbiamo sequenziato il DNA tumorale di 1800 pazienti con tumori solidi metastatici che avevano già ricevuto 1 o 2 linee di terapia, analizzando circa 300 geni in cerca di “segnali” per la scelta della terapia – spiega la prof.ssa Lucia Del Mastro, direttrice della Clinica di Oncologia Medica e referente dello studio per il Policlinico San Martino -. Questi sono stati discussi con l’ausilio di un Molecular Tumor Board (MTB) nazionale, composto da esperti, come bioinformatici e biologi molecolari, che potessero interpretare al meglio il significato delle alterazioni genetiche rilevate, alla luce delle evidenze scientifiche e del quadro clinico del paziente. Sulla base di questa valutazione, 400 pazienti sono stati arruolati nella fase randomizzata dello studio e suddivisi in due gruppi: uno di controllo, che ha ricevuto le cure standard, e l’altro che ha seguito la terapia sperimentale a bersaglio molecolare indicata dall’MTB. I risultati hanno mostrato che una terapia basata sul profilo molecolare del tumore è in grado di aumentare del 75% il tasso di risposta rispetto al trattamento standard. Inoltre, a un anno dal trattamento, la quota di pazienti senza progressione della malattia era circa 2,6 volte maggiore nel braccio sperimentale, suggerendo la validità dell’approccio multidisciplinare. Infine – conclude Del Mastro -, sulla base dei risultati di questo studio di fase 2, ne stiamo programmando un altro che possa consolidare i dati anche in termini di sopravvivenza dei pazienti”.
Link alla pubblicazione scientifica: Nature Medicine
DOI: 10.1038/s41591-025-03918-x
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