Lo studio internazionale “VENTIBRAIN” ha coinvolto 74 centri in 26 paesi per fare luce sulle prassi utilizzate nella ventilazione polmonare dei pazienti ricoverati in terapia intensiva in seguito a trauma, emorragia, o ictus cerebrale. L’obiettivo è scoprire se le pratiche di ventilazione protettiva, che si sono diffuse negli ultimi anni per ridurre le complicazioni a livello polmonare, possano essere benefiche anche nei casi di danno cerebrale.

Ventilazione Artificiale
La ventilazione invasiva, che avviene tramite l’intubazione del paziente, è un presidio salvavita utilizzato nelle terapie intensive di tutto il mondo. Nel corso degli ultimi decenni il modo in cui viene effettuata è progressivamente cambiato: fino agli anni Novanta era comune utilizzare volumi respiratori relativamente elevati, con l'obiettivo di garantire una buona ossigenazione e mantenere normali i livelli di anidride carbonica nel sangue. Con il tempo, tuttavia, è diventato evidente che una ventilazione troppo aggressiva poteva contribuire a danneggiare il polmone, aprendo la strada a regimi protettivi nei confronti del tessuto polmonare, basati su volumi più bassi d’aria immessa e su un maggiore controllo delle pressioni esercitate.


Per i pazienti con lesione cerebrale acuta, tuttavia, il quadro è più complesso. Strategie utili a proteggere il polmone possono infatti influenzare parametri fondamentali per il cervello come la pressione intracranica e la concentrazione di anidride carbonica nel sangue. Da qui nasce lo studio VENTIBRAIN, che si interroga su come trovare il giusto equilibrio tra proteggere i polmoni ed il cervello.


La Prof.ssa Chiara Robba, Responsabile di Struttura Semplice di Neurotraumatologia e Patologia Cerebrovascolare, afferente alla Clinica Anestesiologica e Terapia Intensiva dell’AOM-IRCCS Ospedale Policlinico San Martino, ha guidato lo studio clinico, i cui risultati sono stati pubblicati sulle riviste Intensive Care Med e Current Opinion Critical Care e spiega: “Da novembre 2020 a ottobre 2023 abbiamo raccolto dati di 74 centri da 26 diversi paesi, arrivando ad includere più di 2000 pazienti, per analizzare le pratiche oggi utilizzate per ventilare i pazienti in terapia intensiva a causa di un trauma cerebrale o un evento cerebrovascolare, come emorragia o ictus.”


Prosegue Robba: “Storicamente gli intensivisti sono stati restii nell’adottare la ventilazione protettiva in pazienti neurocritici, per paura di complicazioni come l’aumento della concentrazione di anidride carbonica nel sangue e la conseguente crescita della pressione intracranica, che può diminuire il flusso di sangue al cervello e provocare gravi complicazioni come l’erniazione cerebrale. Lo studio VENTIBRAIN ha rivelato che oggi esiste un’alta variabilità nelle pratiche adottate nei diversi paesi, tuttavia emerge che i medici sono più propensi ad adottare la ventilazione protettiva anche nei pazienti neurocritici, segno che queste complicazioni sono meno temute.”

Citazione Robba
Conclude la ricercatrice: “Abbiamo associato ciascuno dei principali parametri del ventilatore con la probabilità di decesso, sia durante la permanenza in terapia intensiva che a 6 mesi dal ricovero. Il passo successivo sarà eseguire uno studio interventistico che possa chiarire il rapporto causa-effetto tra le variabili, per trovare l’optimum a livello terapeutico e stabilire delle linee guida che uniformino le pratiche adottate nei diversi centri.”


Lo studio è stato promosso dall’Università degli Studi di Milano Bicocca, che ha curato la gestione del database e contribuito all’analisi dei dati raccolti, mentre il team di ricerca guidato dalla Dott.ssa Robba, ora affiliata al San Martino, si è occupato del coordinamento scientifico della rete multicentrica.

Per approfondimenti: Ventilation practices in acute brain injured patients and association with outcomes: the VENTIBRAIN multicenter observational study - PubMed
Dynamic driving pressure and clinical outcomes in mechanically ventilated patients with acute brain injury: a secondary analysis of the VENTIBRAIN study - PubMed