Una ricerca coordinata dall’IRCCS Azienda Ospedaliera Metropolitana - Plesso Ospedale Policlinico San Martino, con il Center for Molecular Cardiology dell’Università di Zurigo ed in collaborazione con l’Imperial College di Londra, ha individuato un nuovo possibile indicatore del rischio cardiovascolare residuo dopo una sindrome coronarica acuta. Protagonista della scoperta è una proteina chiamata JCAD, che sembra influenzare la formazione e la dissoluzione dei coaguli nel sangue.

Nonostante i progressi straordinari nella cura delle sindromi coronariche acute (ACS), dall’angioplastica primaria alle terapie per la riduzione di colesterolo e stato infiammatorio, una quota rilevante di pazienti continua a presentare un rischio elevato di nuovi eventi cardiovascolari, definito come rischio residuo.


Il Prof. Luca Liberale, dirigente medico della Clinica di Medicina Interna 1 e Professore Associato dell'Università di Genova, ha pubblicato sull'European Heart Journal, insieme a colleghi dell'Università di Zurigo e dell'Imperial College di Londra, uno studio condotto su due grandi coorti internazionali (SPUM-ACS e RISK-PPCI) che identifica un nuovo potenziale fattore di rischio: la proteina JCAD (Junctional Protein Associated with Coronary Artery Disease).


Le linee guida per il trattamento di ACS raccomandano una riduzione aggressiva del colesterolo LDL e il controllo dell’infiammazione per ridurre significativamente il rischio cardiovascolare. Tuttavia, molti pazienti, pur sottoponendosi alla terapia ottimale, sviluppano comunque recidive di infarto, ictus o sono vittima di morte cardiovascolare. Questo suggerisce che vi siano altri meccanismi biologici, oltre a colesterolo e infiammazione, che contribuiscono al rischio.


Studi sperimentali precedenti, tra cui quelli condotti dal Prof. Liberale, avevano già dimostrato che la proteina JCAD promuove la formazione di trombi arteriosi e gli eventi cerebrovascolari acuti, agendo sulla coagulazione e sulla fibrinolisi. Il presente studio ha valutato per la prima volta se i livelli circolanti di JCAD nel sangue possano fungere da marcatore per identificare i pazienti ad alto rischio residuo dopo una sindrome coronarica acuta.

Lo studio ha analizzato quasi 5.000 pazienti seguiti per un anno dopo un evento cardiaco acuto.


I risultati hanno confermato che livelli più elevati di JCAD erano collegati a un maggiore rischio di un nuovo evento cardiovascolare. In particolare, nei pazienti che presentavano ancora colesterolo alto o infiammazione elevata nonostante la terapia, la presenza di livelli più alti di JCAD identificava chi era maggiormente esposto a una recidiva. In pratica, JCAD sembra aiutare a identificare chi è davvero più vulnerabile.


Per comprendere meglio il meccanismo, i ricercatori hanno studiato un secondo gruppo di pazienti con infarto trattati con angioplastica primaria, procedura che libera l’arteria ostruita, ripristinando il corretto flusso sanguigno. È emerso che JCAD è associata a una maggiore attivazione della coagulazione e a una minore capacità dell’organismo di sciogliere spontaneamente i trombi. In pratica, chi aveva livelli più alti di JCAD formava coaguli più facilmente, li scioglieva più lentamente e aveva un sangue più “pro-trombotico”, ovvero predisposto alla trombosi. Questi risultati, in linea con gli studi sperimentali precedenti, potrebbero spiegare perché il rischio di nuovi eventi aumenta.


Questa scoperta apre due prospettive importanti: da un lato JCAD potrebbe aiutare i medici a identificare meglio i pazienti a rischio dopo un infarto, dall’altro in futuro potrebbero essere sviluppati farmaci capaci di agire in maniera mirata su questo meccanismo.


"JCAD ci permette di vedere il rischio che le terapie attuali non riescono ancora a intercettare - e potrebbe diventare il bersaglio dei farmaci di domani" spiega il Prof. Liberale.


La proteina JCAD potrebbe quindi rappresentare una risorsa per comprendere e ridurre quel rischio che oggi resta “invisibile”. La ricerca ora punta a tradurre questi risultati in nuove strategie terapeutiche, per proteggere meglio i pazienti dopo un infarto.

Link alla pubblicazione scientifica: European Heart Journal

DOI: 10.1093/eurheartj/ehaf979

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